Martedì, Luglio 17, 2007

Adis Abeba stop over ( da " I viaggi di Baba" )

Ciao, nel viaggio di ritorno in Malawi ho approfittato di uno stop-over per visitare Addis Ababa; la città della mia “infanzia professionale” come odontotecnico in Africa. E’ un vero piacere tornare e ritrovare i posti che tanto mi hanno ormai quasi quindici anni fa.
Già nell’avvicinarsi alla città con l’aereo sono evidenti i segni di massicci cambiamenti.
Atterrato, l’aeroporto che conoscevo veramente come le mie tasche non esiste più.
Al suo posto una moderna struttura d’acciaio e vetro piena di passeggeri. Depositati i bagagli all’Axum Hotel sull’Asmara Road -dotato di una veloce connessione internet senza fili gratuita- mi sono subito mosso alla volta dello Yekatit 12 Hospital a Siddiskilo.
Uno dei più grandi ospedali della capitale e sede della clinica dentistica. Raggiungere il posto non è stato difficile e per calarmi il più possibile nell’atmosfera ho preferito un matola al solito taxi. La prima impressione per strada è stata quella di confusione totale -normale direte voi in una metropoli africana- nel senso che non mi ritrovavo più.
Tantissime nuove strade -i cinesi hanno pure costruito un sistema di tangenziali e svincoli tipo quello di Milano dove sotto i viadotti trovano posto una variegata tipologia di poveri. Moltissime automobili e una miriade di palazzi alti 10-15 piani, molti finiti mentre altri a diversi stadi di costruzione. Per farla breve tutti i miei punti di riferimento erano scomparsi e soltanto a tratti riconoscevo alcuni angoli rimasti quasi immutati. Su marciapiedi affollati da una variegata umanità, tantissimi negozi e locali offrono quasi di tutto. In particolare mi ha colpito il numero di macchine per palestra che vendono per strada, gli internet cafè e i saloni di bellezza.
La ragione di questo “fermento”, mi è stato spiegato, si deve a massicci aiuti da parte di donors internazionali; principalmente banca mondiale e unione europea. Anche le cospicue rimesse della diaspora fanno la loro parte specialmente nell’import-export e nelle imprese di servizi. In particolare dalla zona di Washington dove vive la più grande comunità etiope all’estero -quasi un milione di persone. Un altro motivo è che il governo ha dovuto fare alcune concessioni dopo l’ultima e veramente inutile guerra -quale guerra può essere utile non so- con l’Eritrea per scongiurare un diffuso malcontento.
Arrivato in clinica cerco facce note ma dal cortile non riconosco nessuno. Decido di entrare e raggiungere il laboratorio. All’interno due donne …… subito non ci siamo riconosciuti ma dopo un attimo i volti si aprono in grandi sorrisi. Sono proprio Mhaskaram e Sysaye. Baci, abbracci e saluti vanno avanti per due buoni minuti. I convenevoli in Etiopia sono molto importanti. Stanno bene, sposate con figli.
Telefoniamo a Mesfhin che ci raggiunge. Dei quattro originali manca purtroppo Khettakio -l’uomo d’oro in amarico. Proprio una bella rimpatriata. Fanno il caffé e sul pavimento mettono dell’erba per ricordare i legami con la terra. Tre tazze. Il primo giro, più forte, è dei padri, il secondo per le madri e il terzo per i più deboli, i bambini. Tento il mio sopravvissuto repertorio in amarico ma faccio confusione con il chichewa del Malawi. Ancora, fra loro, parlano in spagnolo per i trascorsi scolastici a Cuba. Qua poco è cambiato. Certo alcune attrezzature non funzionano altre le stanno sostituendo ma la formazione continua nonostante i pochi mezzi.
Resto anche un pezzo di pomeriggio e incontro il Dr. Solomon. Poco prima della mia partenza nel 1993 è rimasto in carcere quasi nove anni per niente. Ora è il direttore della clinica e sì impegna come può. La scuola è sotto l’ombrello dell’università di medicina e fra poco inizieranno i corsi in odontoiatria di cinque anni. La voglia di fare c’è e anche le idee non mancano ci vorrebbero, come al solito, più risorse.
Nel tornare all’albergo percorro un lungo pezzo a piedi, Aratkilo e giù fino a Meskel Square la piazza della rivoluzione. Le facce della gente con odori, profumi e sapori sono quelli di una volta però. Solo i giovani indossano un abbigliamento più moderno -direi veramente trendy. Gli anziani invece sempre con il Ghabi, la loro inconfondibile veste bianca, che gli da un misto di fierezza ed eleganza anche dove c'è la miseria più nera. La mattina seguente alla partenza, nonostante la stagione con pioggia e freddo, c’è più di un rimpianto nel lasciare Addis Ababa la città del nuovo fiore.
Per finire una notizia di cronaca. Non sei rimasto soddisfatto del passaggio al terzo millennio sette anni fa? Non preoccuparti, puoi rifarti presto. L’anno 2000 in Etiopia cade l’undici settembre -che coincidenze cabalistiche- perché è in uso un sistema basato sul calendario Giuliano. Il nuovo millennio sarà salutato con festival ed eventi che si protrarranno per molti mesi. Tutti gli aspetti della vita culturale etiope come musica, arte e cibo saranno celebrati. L’aspettativa è quella di ospitare milioni di persone da tutta l’Africa e dal mondo intero. Se volente un consiglio andateci! Si trova anche il Campari. A settembre inizia la primavera a Addis Ababa. Solo cieli sereni con meravigliosi panorami mozzafiato. Poi queste popolazioni -bellissime e fiere- se la meritano davvero una visita. Vorrei per l’Etiopia intera un terzo millennio di sviluppo e pace e a me stesso un augurio di tornarci presto.





















ciao a tutti Baba

Posted by cicchia at 01:07:53 | Permanent Link | Comments (0) |
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